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Dovessero chiedermi quanto costa
una vita umana qui in Mozambico oggi risponderei: 60 euro.
Cecilia, 24 anni, conosciuta nella “lixeira” (discarica) è ammalata da
più di una settimana. Incontro sua madre sempre nel suddetto luogo e mi
informa della situazione di sua figlia: “ Padre Cecilia non sta bene ha
dolori alla testa e alla colonna vertebrale”. Dal piccolo della mia
esperienza penso che deve trattarsi di malaria. Il giorno seguente
andiamo in un Centro di Saude. Alla infermiera chiedo di fare oltre al
test della malaria anche quello dell’AIDS e psicologicamente mi
predispongo al peggio. Infatti andare in ambulatorio per una malattia
qualsiasi e tornare a casa con un caso di sieropositività in più è un
classico in Mozambico. Personalmente mi è successo più volte. Quindi
aspetto l’esito dei due test con trepidazione e pregando Dio che Cecilia
almeno non abbia l’AIDS.
Dopo una abbondante mezz’oretta l’infermiera mi chiama e dal suo volto
sereno capisco che il peggio è stato evitato: Cecilia non ha l’AIDS e
anche il test della malaria è risultato negativo. Una breve visita dalla
dottoressa la quale ci rimanda a casa con una terapia di poche compresse
da prendere per alcuni giorni.
La settimana seguente reincontro la mamma di Cecilia, mamà Amelia, e le
chiedo notizie della figlia, se aveva recuperato la salute o se il
malessere continuava. La risposta fu negativa. Cecilia era ancora
ammalata con i soliti dolori alla testa e alla colonna vertebrale.
Dico alla mamma di accompagnarmi in casa per rendermi conto di persona
della situazione. Cecilia era sdraiata su una stuoia sotto un albero, al
fresco, ancora evidentemente sofferente in attesa che la malattia
scomparisse da sola!!
Immediatamente chiamo una suora-dottoressa spagnola che lavora in un
ospedale costruito dalla cooperazione spagnola. Le presento il caso e mi
sembra abbastanza tranquilla. Di ammalati di malaria con i sintomi che
aveva Cecilia ce ne sono a migliaia e non era il caso di allarmarsi più
di tanto. Mi dice di andarci nel pomeriggio.
Nel pomeriggio vado in ospedale ma la suora-dottoressa non c’era.
Cecilia è visitata da un medico il quale le fa ripetere il test della
malaria, dell’AIDS e in più fa una analisi del sangue. Anche stavolta i
due test risultano negativi e il dottore ci rimanda a casa con una
manciata di pillolette che l’ammalata avrebbe dovuto prendere.
Ero quasi in macchina quando mi sento chiamare dalla suora-dottoressa la
quale mi chiede quello che era successo. In breve le spiego che non era
il caso di preoccuparsi: Cecilia non aveva né malaria né Aids e che i
dolori sarebbero scomparsi in breve. Era quello che il medico ci aveva
detto. Lei mi chiede di vedere i risultati delle analisi del sangue.
Appena li vede ha un sussulto. Mi dice che c’è un valore nelle analisi
molto basso e che bisogna ricoverarla di urgenza. Mi dice che tale
ricovero costerà un pochetto e mi chiede se sono disposto a pagare. Non
ci penso nemmeno un decimo di secondo e la risposta è si. In meno di 5
minuti la povera Cecilia è a letto con una flebo nel braccio. Misuriamo
la febbre: 40 gradi. Ho temuto il peggio.
Dopo con calma la suora mi spiega che si tratta di un tipo di malaria
resistente che sfugge al controllo del test e che non si può curare con
le normali compresse di chinino ma è necessaria una cura intensiva.
Per due interi giorni la nostra ammalata rimane in cura intensiva ma la
febbre non accennava ad abbassarsi. Mi chiedono informazioni su Cecilia,
dove viveva, quello che faceva. Le rispondo che l’ho conosciuta nella
discarica. La suora dottoressa allora pensa che abbia qualche altro tipo
di infezione oltre alla malaria. Probabilmente deve aver mangiato
qualche rifiuto che le ha provocato tifo o qualcosa del genere.
Fortunatamente queste sospette malattie rimangono tali. Le analisi danno
esito negativo. L’unica soluzione è cambiare il tipo di chinino da
somministrare. Deve trattarsi di una malaria molto resistente. Grazie a
Dio stavolta il problema è risolto. La febbre si abbassa e dopo un
giorno scompare del tutto. Cecilia ha salva la vita.
La suora mi dica chiaramente che se non fosse stata ricoverata d’urgenza
sicuramente Cecilia avrebbe lasciato suo figlio orfano di madre.
Al momento di lasciare l’ospedale vado a pagare il conto: 1800.000
meticais pari a circa 60 euro. La famiglia di Cecilia non avrebbe mai
potuto pagare una somma del genere. Vivono circa dieci persone nella
stessa casa e l’unica che lavora è mamà Amelia che ha un salario di
600.000 meticais al mese, pari a circa 20 euro. La povera Cecilia
sarebbe rimasta ancora qualche giorno sulla stuoia sotto l’albero, al
fresco e poi sarebbe volata al cielo come accade, purtroppo, per
centinaia di migliaia di mozambicani.
Cecilia è solo un caso ma la maggior parte della popolazione non può
permettersi le cure fondamentali e i più poveri, come quelli che vivono
nella discarica neppure si avvicinano a certe strutture ospedaliere
sapendo di non avere denaro per pagare.
60 euro per noi europei sono una sciocchezza qui in Mozambico valgono
una vita umana. |