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60 Euro!!!
"Fra Domenico Maria Mirizzi" - 14 gennaio 2006

 

Dovessero chiedermi quanto costa una vita umana qui in Mozambico oggi risponderei: 60 euro.
Cecilia, 24 anni, conosciuta nella “lixeira” (discarica) è ammalata da più di una settimana. Incontro sua madre sempre nel suddetto luogo e mi informa della situazione di sua figlia: “ Padre Cecilia non sta bene ha dolori alla testa e alla colonna vertebrale”. Dal piccolo della mia esperienza penso che deve trattarsi di malaria.
Il giorno seguente andiamo in un Centro di Saude. Alla infermiera chiedo di fare oltre al test della malaria anche quello dell’AIDS e psicologicamente mi predispongo al peggio. Infatti andare in ambulatorio per una malattia qualsiasi e tornare a casa con un caso di sieropositività in più è un classico in Mozambico. Personalmente mi è successo più volte. Quindi aspetto l’esito dei due test con trepidazione e pregando Dio che Cecilia almeno non abbia l’AIDS.
Dopo una abbondante mezz’oretta l’infermiera mi chiama e dal suo volto sereno capisco che il peggio è stato evitato: Cecilia non ha l’AIDS e anche il test della malaria è risultato negativo. Una breve visita dalla dottoressa la quale ci rimanda a casa con una terapia di poche compresse da prendere per alcuni giorni.
La settimana seguente reincontro la mamma di Cecilia, mamà Amelia, e le chiedo notizie della figlia, se aveva recuperato la salute o se il malessere continuava. La risposta fu negativa. Cecilia era ancora ammalata con i soliti dolori alla testa e alla colonna vertebrale.
Dico alla mamma di accompagnarmi in casa per rendermi conto di persona della situazione. Cecilia era sdraiata su una stuoia sotto un albero, al fresco, ancora evidentemente sofferente in attesa che la malattia scomparisse da sola!!
Immediatamente chiamo una suora-dottoressa spagnola che lavora in un ospedale costruito dalla cooperazione spagnola. Le presento il caso e mi sembra abbastanza tranquilla. Di ammalati di malaria con i sintomi che aveva Cecilia ce ne sono a migliaia e non era il caso di allarmarsi più di tanto. Mi dice di andarci nel pomeriggio.
Nel pomeriggio vado in ospedale ma la suora-dottoressa non c’era. Cecilia è visitata da un medico il quale le fa ripetere il test della malaria, dell’AIDS e in più fa una analisi del sangue. Anche stavolta i due test risultano negativi e il dottore ci rimanda a casa con una manciata di pillolette che l’ammalata avrebbe dovuto prendere.
Ero quasi in macchina quando mi sento chiamare dalla suora-dottoressa la quale mi chiede quello che era successo. In breve le spiego che non era il caso di preoccuparsi: Cecilia non aveva né malaria né Aids e che i dolori sarebbero scomparsi in breve. Era quello che il medico ci aveva detto. Lei mi chiede di vedere i risultati delle analisi del sangue. Appena li vede ha un sussulto. Mi dice che c’è un valore nelle analisi molto basso e che bisogna ricoverarla di urgenza. Mi dice che tale ricovero costerà un pochetto e mi chiede se sono disposto a pagare. Non ci penso nemmeno un decimo di secondo e la risposta è si. In meno di 5 minuti la povera Cecilia è a letto con una flebo nel braccio. Misuriamo la febbre: 40 gradi. Ho temuto il peggio.
Dopo con calma la suora mi spiega che si tratta di un tipo di malaria resistente che sfugge al controllo del test e che non si può curare con le normali compresse di chinino ma è necessaria una cura intensiva.
Per due interi giorni la nostra ammalata rimane in cura intensiva ma la febbre non accennava ad abbassarsi. Mi chiedono informazioni su Cecilia, dove viveva, quello che faceva. Le rispondo che l’ho conosciuta nella discarica. La suora dottoressa allora pensa che abbia qualche altro tipo di infezione oltre alla malaria. Probabilmente deve aver mangiato qualche rifiuto che le ha provocato tifo o qualcosa del genere. Fortunatamente queste sospette malattie rimangono tali. Le analisi danno esito negativo. L’unica soluzione è cambiare il tipo di chinino da somministrare. Deve trattarsi di una malaria molto resistente. Grazie a Dio stavolta il problema è risolto. La febbre si abbassa e dopo un giorno scompare del tutto. Cecilia ha salva la vita.
La suora mi dica chiaramente che se non fosse stata ricoverata d’urgenza sicuramente Cecilia avrebbe lasciato suo figlio orfano di madre.
Al momento di lasciare l’ospedale vado a pagare il conto: 1800.000 meticais pari a circa 60 euro. La famiglia di Cecilia non avrebbe mai potuto pagare una somma del genere. Vivono circa dieci persone nella stessa casa e l’unica che lavora è mamà Amelia che ha un salario di 600.000 meticais al mese, pari a circa 20 euro. La povera Cecilia sarebbe rimasta ancora qualche giorno sulla stuoia sotto l’albero, al fresco e poi sarebbe volata al cielo come accade, purtroppo, per centinaia di migliaia di mozambicani.
Cecilia è solo un caso ma la maggior parte della popolazione non può permettersi le cure fondamentali e i più poveri, come quelli che vivono nella discarica neppure si avvicinano a certe strutture ospedaliere sapendo di non avere denaro per pagare.
60 euro per noi europei sono una sciocchezza qui in Mozambico valgono una vita umana.